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MALATTIA MENTALE E COMPORTAMENTO VIOLENTO
Gian Carlo Nivoli
Il comportamento violento di una persona nei confronti di un'altra persona (aggressione fisica con danno all'integrità corporale, omicidio tentato ed attuato) è dovuto a numerosi fattori: psichiatrici, psicologici e sociali, criminologici ecc.
Solo dal 5 al 15% (pur essendo tali valori variabili secondo l'area geografica ed il tipo di rilievo statistico) delle persone imputate di omicidio sono dichiarate ai fini di legge con infermità mentale; il restante 80-85% delle persone che uccidono sono dichiarate per legge capaci di intendere di volere. E' quindi profondamente errato il pregiudizio tra la popolazione e tra non pochi psichiatri che tutte le persone che uccidono in qualche modo siano dei gravi malati di mente.
La psichiatria aiuta (come la psicologia, la sociologia, la criminologia ecc) nella comprensione del comportamento violento in quanto spiega, soprattutto il "come" e "quando" la persona violenta colpisce un'altra persona ma difficilmente offre un "perchè" il soggetto violento abbia scelto la violenza come mezzo per risolvere i suoi problemi con un'altra persona.
Non è sufficiente infatti essere schizofrenico, delirante, con contenuto persecutorio per aggredire un'altra persona anche se è il supposto persecutore. La clinica insegna che la maggior parte degli schizofrenici con contenuto persecutorio non aggrediscono affatto il loro persecutore od altre persone.
Il delirio a contenuto persecutorio non può essere il "perché" in soggetto schizofrenico aggredisce il suo presunto persecutore. Il vero "perché" lo schizofrenico delirante con contenuto persecutorio abbia preso un'arma tra le mani per aggredire un'altra persona è molto più profondo e non è tanto legato alla malattia mentale quanto profondamente nelle radici della storia personale del soggetto e dei contatti che ha avuto con la violenza e non certamente con il suo delirio. Il delirio fa solo sì che la mano che è già armata scelga su quale vittima, in che momento e come mettere in atto al violenza (il "come" ed il "quando" della violenza ma non il "perché").
E' certo che un bravo psichiatra può spiegare ogni forma di violenza personale con la psichiatria, un bravo psicologo lo può spiegare con la psicologia, un bravo sociologo con le leggi che reggono la sociologia, un bravissimo criminologo con la disciplina criminologica ecc.
Però è anche certo che malattia mentale e comportamento violento devono essere affrontati con approcci che non possono essere uguali.
A)Approccio alla malattia mentale: diagnosi (diagnosis) terapia (therapy);
B)Approccio al comportamento violento, valutazione (assessment) trattamento (treatment).
L'approccio alla malattia mentale è gestito in genere attraverso la diagnosi (diagnosis) e la terapia (therapy) sia essa farmacologia che psicoterapica. Quest'approccio talvolta deve essere adottato in un soggetto con possibile comportamento violento ma spesso non è sufficiente a capire, prevedere e prevenire l'agito di violenza.
Consideriamo ad esempio un caso classico di omicidio passionale: l'uomo abbandonato dalla donna vive questa perdita con depressione. In una prima fase il soggetto depresso abbandonato tenta il suicidio. In una seconda fase il soggetto uccide la donna che lo ha abbandonato.
Lo psichiatra che esamina il soggetto nella prima fase fa diagnosi di depressione e lo può curare con antidepressivi.
Questo psichiatra avrà fatto una diagnosi ed una terapia corretta ma non ha fatto una valutazione ed un trattamento corretto.
Non è stato infatti valutato che l'autoaggressività era solo la prima fase di una successiva eteroaggressività e cioè che dal tentato suicidio si sarebbe inequivocabilmente passati all'omicidio. Non è stato nemmeno in grado di mettere in atto un trattamento adeguato, oltre la terapia farmacologica, come ad esempio far verbalizzare il paziente sulla sua aggressività verso la vittima, usare delle tecniche di identificazione alla vittima, far allontanare spazialmente la vittima ecc.
L'approccio al comportamento violento è gestito attraverso la valutazione (assessment) ed il trattamento (treatment) che sono concetti che richiedono attenzioni diagnostiche terapeutiche preventive che possono comprendere l'approccio alla malattia mentale (con diagnosi e terapia) ma sono più complesse, più articolate come ad esempio la capacità di applicare le tecniche per ridurre l'aggressività (talk down), l'introspezione e la ventilazione sui progetti aggressivi (ventilation), la gestione dei sentimenti di colpa autopunitivi, l'approfondimento delle scelte vittimologiche, gli interventi sociali anche restrittivi della libertà personale ecc.
Consideriamo ad esempio il caso di un giovane pedofilo che è solito aver rapporti sessuali con bimbi attraverso la violenza. A prescindere dal fatto che il pedofilo sia diagnosticato dal punto di vista psichiatrico, schizofrenico, depresso, personalità borderline "sano di mente" ecc, è necessario indagare su alcune dinamiche specifiche. Il soggetto pedofilo, ad esempio, quando era bimbo è stato a sua volta vittima di un padre che lo ha violentato sessualmente.
Allo stato attuale il giovane pedofilo violento non fa che riprodurre la violenza subita (quasi una coazione a ripetere od un processo per digerire il trauma passato) attraverso la dinamica dell'identificazione all'aggressore. Questa dinamica può essere presente, ripetiamo, non solo nel soggetto sano di mente, ma anche affetto dalle diagnosi più svariate. Anche in questo caso la valutazione ed il trattamento del caso in esame sono diversi da un approccio puramente psichiatrico, relativamente ed esclusivamente legato alla malattia mentale, resa onnipresente ed onniresponsabile nelle sue diagnosi categoriali classiche.
CONCLUSIONI
L'approccio alla malattia mentale attraverso diagnosi e terapia è diverso dall'approccio al comportamento violento attraverso la valutazione ed il trattamento. E' già stato scritto ed è in continua evoluzione un manuale diagnostico e statistico per meglio comprendere e classificare le malattie mentali (il DSM-IV-R), ma non è ancora stato scritto un manuale che aiuti a meglio classificare e comprendere i comportamenti violenti.
I due esempi che precedono (le fasi dell'auto ed eteroaggressività nell'omicidio passionale ed il meccanismo trasversale dell'identificazione all'aggressore nella riproduzione della violenza subita), potrebbero essere tra i casi clinici di questo nuovo manuale che, pur dovendo ancora prima della sua nascita essere attentamente valutato, criticato e discusso, potrebbe offrire, almeno nelle speranze del clinico, un approccio più ricco di risultati valutativi, preventivi e trattamentali in tema di comportamento violento.
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